APPROFONDIMENTI SUL TERMINE FOLLIA

Finora l’analisi della strutture e dei criteri dell’internamento lascia supporre che alla follia si siano applicate misure di correzione generali e indifferenziate per aver misconosciuto la sua natura, senza riconoscerne i segni positivi. Ma in realtà questa cecità propria dell’Età Classica nasconde una coscienza precisa ed esplicita. Sebbene dopo due secoli di internamento ci si sia resi conto che la "confusione" applicata nel XVII secolo alla reclusione era assolutamente arbitraria ed il più delle volte profondamente sbagliata, bisogna analizzare il perché di questo errore, e soprattutto mettere in luce l’omogeneità di un processo che si è cominciato a criticare soltanto dopo la sua conclusione.

Analizzando i libri dell’internamento ci si accorge che una delle parole più usate per caratterizzare il folle era quella di "furioso", già termine tecnico della giurisprudenza e della medicina. "Nell’internamento esso fa allusione a tutte le forme di violenza che sfuggono alla definizione rigorosa del delitto e alla sua catalogazione giuridica; esso mira ad una specie di regione indifferenziata del disordine, a tutto il dominio oscuro di una rabbia misteriosa che appare al di qua di una possibile condanna". Sebbene ciò possa apparire una nozione confusa, è abbastanza per motivare alcuni aspetti polizieschi e morali dell’internamento, e a farci comprendere come una follia che era misconosciuta nell’ambito della malattia fosse accomunata al libertinaggio o alla dissolutezza.

Ciò non giustifica però la totale assenza di cure mediche specifiche all’interno delle case di correzione, dove i medici erano presenti solo ed esclusivamente in virtù di un decreto che era poi lo stesso che regolava la sanità delle prigioni. La gente non veniva rinchiusa per guarire, dal momento che il problema non veniva nemmeno posto, ma solo per terminare i propri giorni secondo le abitudini della vita correzionaria e lontana dalla società. "In tutti gli ospedali od ospizi sono stati abbandonati agli alienati alcuni edifici vecchi, cadenti, umidi, mal disposti e non costituiti a questi fine… in un piccolo numero di ospizi, dove si rinchiudono i prigionieri nei padiglioni detti di forza, questi internati abitano coi prigionieri e sono sottoposti allo stesso regime".

La sottile presenza della concezione della follia come malattia, seppur ridotta e limitata, è contemporanea alla generale concezione della follia come appartenente all’internamento, all’alienazione ed alla punizione. Secondo Foucault è proprio questa giustapposizione che pone il problema della follia durante l’Età Classica, e che contemporaneamente può servire per comprendere a fondo quale fosse lo statuto del folle in quest’epoca. Da un lato, nonostante le attuali conquiste mediche e psicanalitiche nel campo della sragione, non si può ignorare il fatto che da sempre la follia non si è mai esaurita nel dominio della medicina. Il folle non ha mai avuto bisogno delle determinazioni della medicina per accedere al proprio reame di individuo, ed anzi lo ha ottenuto nel Medioevo in un ambito del tutto estraneo alla cultura medica e correzionaria. Con la Renaissance il folle cominciava ad essere definito in una prospettiva propria e molto più individuale, dove l’aspetto della malattia si configurava per la prima volta nella sua immagine. L’Età Classica ha riassorbito il folle confondendolo nuovamente in un orizzonte generale, ma questa volta si tratta dell’orizzonte generale dell’internamento e della cura, anche se nelle sembianze della punizione e della mescolanza con personaggi che nulla hanno a che vedere con la follia vera e propria, o per meglio dire, medica.

L’involuzione dell’Età Classica dunque, pur mantenendo tutti i suoi aspetti negativi ed i suoi clamorosi errori, è il passaggio necessario alla moderna coscienza medica della follia, che prende a sua volta le mosse dall’isolamento e dall’ospedale psichiatrico come principio di cura. Non è giusto riconoscere all’internamento i caratteri della modernità solo liberandolo dei caratteri punitivi e di imprigionamento, ma ugualmente non si deve negare l’originale esperienza classica della follia che, privata della sua individualità, si appresta ad entrare nel campo della cura medica.

Ciò che però non si deve dimenticare è la prevalenza che fu accordata alla giurisprudenza rispetto alla medicina in tutta l’Età Classica. L’internamento non era decretato dal medico quanto dal magistrato, tant’è che i folli erano ammessi nelle case di correzione solo in seguito ad una sentenza di tribunale. Questo perché nel XVII secolo la follia era un problema di sensibilità sociale; ed avvicinandosi al delitto, allo scandalo ed al disordine essa poteva essere giudicata secondo i loro canoni. Qui si contrappongono alla concezione classica tutte le nozioni di diritto romano e canonico che erano già state elaborate secoli prima, e che riconoscevano al folle un’immunità giuridica dettata dal suo stesso stato di impotenza mentale. "Come soggetto del diritto, l’uomo si libera delle sue responsabilità nella misura stessa in cui è alienato: come essere sociale, la follia lo compromette nelle vicinanze della colpevolezza". Da un lato dunque vediamo una concezione del diritto che scagiona la follia nella misura dell’incapacità, dall’altro una concezione sociale che confina la follia nello scandalo e nell’internamento. Quando nel XIX secolo l’uomo con diversità o squilibri mentali passerà negli ospedali e l’internamento diventerà semplicemente un atto terapeutico volto alla guarigione del malato, perderemo per sempre la distinzione che l’Età Classica concedeva al palesarsi di questi molteplici volti della follia.

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