LA FOLLIA NEL PASSATO

“Forse, un giorno, non
sapremo più esattamente che cosa ha potuto essere la follia.” […] 

Resterà soltanto un enigma di questa
Esteriorità. Quale era dunque, ci si domanderà, questa strana delimitazione che
è stata alla ribalta dal profondo Medioevo sino al ventesimo secolo e forse
oltre? Perché la cultura occidentale ha respinto dalla parte dei confini
proprio ciò in cui avrebbe potuto benissimo riconoscersi, in cui di fatto si è
essa stessa riconosciuta in modo obliquo? Perché ha affermato con chiarezza a
partire dal XIX secolo, ma anche già dall’età classica, che la follia era la
verità denudata dell’uomo, e tuttavia l’ha posta in uno spazio neutralizzato e
pallido ove era come annullata?”

(M. Foucault)

Fin dall’antichità la malattia  è spesso ricondotta all’intervento di forze soprannaturali (spiriti e divinità). Ai tempi della Grecia classica la Follia era considerata come vendetta degli dei, curabile solo grazie all'intervento dei sacerdoti.
Platone distingue
- la Follia naturale (dovuta a disturbi fisici)
- dalla Follia divina  (profetica, religiosa e poetica).
Roma non ebbe una cultura medica originale, assorbì via via la cultura greco-alessandrina e passò  da una concezione magica (teurgica) ad una naturalistica della malattia mentale. Tra i filosofi che studiarono la Follia  spiccano i nomi di  Cicerone, Seneca e Marco Aurelio: essi trattarono  prevalentemente il fenomeno dal punto di vista fisico, psicologico ed empirico.

Nel Medioevo  nascono i  primi ospedali e  persino prima del Mille vengono costruiti in Oriente, a Baghdad e al Cairo, reparti  per malati mentali.
----> Fino al 1200 il malato di mente, l’indemoniato, non era considerato pericoloso e non fu  perseguitato.
----> Solo  dopo il 1200  a causa delle epidemie e delle carestie i malati fungevano da capri espiatori. 
----> Il  Rinascimento condannò la demonologia e per questo venne perseguitata attraverso roghi di streghe  e cacce  ai vagabondi;
----> seguì così l’epoca del grande internamento in cui migliaia di poveri mendicanti, vagabondi, delinquenti, malati ed eretici  furono segregati  in condizioni igieniche  pessime dove le  punizioni corporali erano più presenti delle cure mediche.
----> Col  passare degli anni e con lo studio della malattia vennero istituiti i manicomi, case  di cura  mentali  in  un primo tempo per soli benestanti,  successivamente  sempre più accessibili. 

I manicomi assumono così la fama di veri e propri centri di cura. E’ relativamente recente la data in cui la Follia è stata riconosciuta come malattia mentale. Prima il Folle era considerato come un posseduto, mentre nel Medioevo e nel Rinascimento questo individuo che si presentava con diversità insite in sé, era caricato di significati religiosi e magici. 

I valori, le immagini e il significato di esclusione cominciano appunto nel Medioevo epoca definita "buia" dagli storici, rappresentata dai difetti dalla violenza e dall’emarginazione di un uomo ancora insicuro ed estremamente ossessionato dall’idea di vita unicamente come sofferenza senza possibilità di rimedio, se non solo dopo la morte.

Seguendo lo studio e la composizione della storia della Follia fatta da Foucault, abbiamo delle fasi per poter individuare in maniera completa la sua storia:

1. « STULTIFERA NAVIS »
    -----> ETA' CLASSICA
              - Medioevo
                 ----> aveva ospitato la Follia nella gerarchia dei vizi
              - Rinascimento
                 ----> la Follia abbandona questa posizione modesta e giunge ad occupare il primo posto,
                          conducendo il coro gioioso di tutte le debolezze umane. 

Nel Medioevo  nascono i  primi ospedali e  persino prima del Mille vengono costruiti in Oriente, a Baghdad e al Cairo, reparti  per malati mentali.

Altri luoghi furono i conventi e gli eremi, vi furono fenomeni di massa quali pellegrinaggi definiti come psicosi di massa. Fino al 1200 il malato di mente, l’indemoniato, non era considerato pericoloso e non fu  perseguitato. Solo  dopo il 1200  a causa delle epidemie e delle carestie i malati fungevano da capri espiatori.

FOLLIA = MALATTIA DA ELIMINARE CONSIDERATA PERICOLOSA PER L'UOMO 

Alla fine del Medioevo la lebbra sparisce dal mondo occidentale. La lebbra quindi si ritira, lasciando senza occupazione quei luoghi miserabili e quei riti che non erano affatto destinati a sopprimerla, ma a mantenerla in una distanza consacrata. Ciò che resterà di essa è il significato di quella esclusione, l’importanza di quell’immagine insistente e temibile che non viene allontanata senza aver tracciato un cerchio sacro intorno ad essa. Se il lebbroso viene ritirato dal mondo e dalla comunità della Chiesa visibile, la sua esistenza manifesta pur sempre Dio, poiché al tempo stesso indica la sua collera e mostra la sua bontà. L’abbandono è per lui una forma di salvezza; la sua esclusione gli offre un’altra forma di comunione. In questo periodo si viene a creare la “Nave dei Folli”: creazione letteraria (ispirata al ciclo degli Argonauti, navi il cui equipaggio di eroi immaginari, di modelli etici, o di tipi sociali s’imbarca per un grande viaggio simbolico che fornisce loro, se non la fortuna, almeno la fisionomia del loro destino e della loro verità → quadro di Bosch). Ma di tutti questi vascelli romanzeschi o satirici, il Narrenschiff è il solo che abbia avuto un’esistenza reale. I Folli allora avevano spesso un’esistenza vagabonda. Le città li cacciavano volentieri dalle loro cerchie; li si lasciava scorrazzare in campagne lontane. Le città europee hanno spesso dovuto veder approdare queste navi di folli: misura generale di rinvio con cui le municipalità colpiscono i Folli in stato di vagabondaggio. La navigazione abbandona l’uomo all’incertezza della sorte. La sua esclusione deve racchiuderlo, lo si trattiene sul luogo del passaggio. L’acqua e la navigazione hanno proprio la funzione di rendere prigioniero il Folle in un nave da cui non si evade. Egli è il Passeggero per eccellenza, cioè il prigioniero del Passaggio. La Follia qui si configura come la manifestazione nell’uomo di un elemento oscuro, acquatico, cupo disordine, caos semovente, germe e morte di ogni cosa che si oppone alla stabilità luminosa e adulata dello spirito.

BOSCH: 
manifestazione cosmica nella follia. La Nave dei Folli attraversa un Paradiso rinnovato, poiché l’uomo non vi conosce più né la sofferenza né il bisogno; e tuttavia, egli non ha ritrovato l’innocenza. È la “falsa felicità” di una fine che non ha valore di passaggio o di promessa, ma è l’avvento di una notte in cui si consuma la vecchia ragione del mondo. Questo è il “Furore universale”. Quando l’uomo dispiega l’arbitrarietà della sua Follia, incontra l’oscura necessità del mondo: l’animale che ossessiona i suoi incubi e le sue notti di privazione (ossia l’astinenza e l’ascetismo pressati, provenienti dalla tentazione della follia) è la sua stessa natura, colei che metterà a nudo l’inesorabile verità dell’Inferno; poiché le vane immagini della cieca stupidità sono il grande sapere del mondo.

-----> oscura manifestazione cosmica nella Follia.

Visione che la Follia dispiega i suoi poteri, le pure apparenze del sogno; la Follia detiene in questo caso una forza primitiva di “rivelazione”: rivelazione che l’onirico è reale. 

ERASMO: 
la follia è legata all’uomo, alle sue debolezze, a suoi sogni e alle sue illusioni. Tutto ciò che c’era di oscura manifestazione cosmica nella follia vista da Bosch, è cancellato in Erasmo; la Follia non spia più l’uomo dal mondo esterno e circostante, essa si insinua in lui. In realtà non esistono che delle Follie: delle forme umane della Follia. Non esiste Follia se non in ognuno degli uomini, poiché è l’uomo a costituirla; e proprio perché l’uomo è attaccato a se stesso accetta come verità l’errore. In questa adesione immaginaria a se stesso l’uomo fa nascere la sua Follia come un miraggio. Il simbolo della Follia sarà ormai questo specchio che, senza riflettere niente di reale, rifletterebbe segretamente per colui che vi si contempla il sogni della sua presunzione.

-----> la Follia non spia più l’uomo dal mondo esterno e circostante, essa si insinua in lui.

In realtà non esistono che delle Follie: delle forme umane della Follia. Non esiste Follia se non in ognuno degli uomini, poiché è l’uomo a costituirla nell’affezione che porta a se stesso, e per mezzo delle illusioni di cui si pasce. E proprio perché l’uomo è attaccato a se stesso accetta come verità l’errore. In questa adesione immaginaria a se stesso l’uomo fa nascere la sua follia come un miraggio. Il simbolo della Follia sarà ormai questo specchio che, senza riflettere niente di reale, rifletterebbe segretamente per colui che vi si contempla il sogni della sua presunzione. Essa introduce quindi in un universo interamente morale. Il Male non è punizione o fine dei tempi, ma solo colpa o difetto. Nel XV secolo l’esperienza della Follia prende soprattutto la piega di una “satira morale”. Ma mentre Bosch era uno spettatore terribilmente terrestre, e implicato nella Follia che vedeva sorgere intorno a sé, Erasmo la scorge abbastanza da lontano da essere fuori pericolo; e se canta le sue lodi è perché può riderne. La Follia non è più la familiare stranezza del mondo; essa è solo uno spettacolo ben noto allo spettatore estraneo (non più simbolo del cosmos).
Con Erasmo, con tutta la tradizione umanistica, la follia è accolta nell’universo del discorso; essa viene raffinata, sottilizzata, ma anche disarmata; nasce nel cuore degli uomini, dà e toglie regola alla loro condotta. Può darsi che ogni uomo le sia sottomesso, ma il suo regno sarà sempre meschino e relativo. Agli occhi del saggio diventerà oggetto, e nel modo peggiore, perché sarà l’oggetto del suo riso. Il discorso con cui essi si giustifica deriva solo da una coscienza critica dell’uomo.

Il Folle, possiede nella sua mente un sapere inaccessibile e temibile di cui "l’uomo di ragione e saggezza" non percepisce che degli aspetti frammentari, accentuando l’idea dell’astratto e giudicando così il Folle come "slegato" dalla realtà
Altri simboli sono l’albero, gli scheletri e i guerrieri dell’Apocalisse.

Solo con l’arrivo di uno sguardo medico e scientifico si scoprì che la Follia era un deterioramento della natura e non aveva nulla a che fare con il soprannaturale. Nel XVII secolo compaiono di conseguenza sulla scena europea le "case di internamento"; edifici che ospitano Folli con il falso pretesto di curarli: spesso infatti erano letti di contenzione, simili cioè a grandi gabbie tanto da rappresentare più strutture semi- giuridiche che istituzioni mediche, come per esempio l’Hopital Géneral di Parigi.

Questa “persona diversa” possedeva una sovranità quasi assoluta, una giurisdizione senza appello, un diritto esecutivo contro il quale niente poteva prevalere: era uno strano potere che il re creò tra polizia e giustizia ai limiti della legge. L’Hopital Géneral non era quindi legato a nessuna idea medica, era un’istanza all’ordine, dell’ordine monarchico e borghese e si ramifica direttamente dal potere reale. Lo scopo di questa casa non era la cura, ma l’esclusione della società. In essa regnava il lavoro forzato perché l’obbligo del lavoro rappresentava una sanzione e un controllo morale. Nel mondo borghese che si stava formando, infatti, il peccato più grave era l’imperiosità, quindi, essenzialmente, gli internati erano internati perché incapaci di prendere parte alla produzione, alla circolazione e all’accumulo di ricchezze.

Il pensiero cattolico, in un primo momento, prova avversione per questa forma collettiva di assistenza, ma cadrà a poco a poco con l’approvazione del "grande internamento" prescritto da Luigi XIV. La Chiesa esalta così l’isolamento a titolo di punizione e di beneficio per coloro che devono essere privati della libertà avendola usata per la gloria di Satana.

Lo scopo dell’internamento era ridurre la follia al silenzio; questo avviene fino a metà del 1700 in cui la pazzia assimilata a varie colpe, peccati e crimini comincia a disunirsi. Tutti reclamano l’abolizione dell’internamento. Nel 1789 i riformatori e poi la rivoluzione vogliono:

•        sopprimere l’internamento

•        restringere l’assistenza ospedaliera ( segno dell’esistenza di una classe di miserabili).

Tuttavia i Folli in libertà equivalgono a un pericolo per la famiglia e per il gruppo in cui vivono. Da qui nasce la necessità di rinchiuderli e una pena per chi li lascia liberi. L’internamento da questo momento diventa una misura di carattere medico. Nel manicomio l’internato viene sottoposto ad un controllo morale e sociale continuo. Per guarirlo si fa ricorso a vari mezzi quali: minacce, castighi e privazioni alimentari. Ad esempio viene usata la doccia non più come strumento per rilassare e refrigerare ma come elemento punitivo; la doccia è ghiacciata, cade direttamente sulla testa e contemporaneamente si cerca di far riconoscere al malato il proprio delirio come una colpa.

2. IL GRANDE INTERNAMENTO
    -----> RINASCIMENTO = IL MONDO CORREZIONARIO
Il Medioevo aveva ospitato la Follia nella gerarchia dei vizi. Nel Rinascimento la Follia abbandona questa posizione modesta e giunge ad occupare il primo posto, conducendo il coro gioioso di tutte le debolezze umane. Certo, la Follia attira ma non affascina. Essa governa tutto ciò che c’è di facile, di gioioso, di leggero nel mondo. Tutto in essa è brillante superficie: niente enigmi nascosti. Indubbiamente essa ha qualcosa a che vedere con le strane vie del sapere. Ma se il sapere è così importante nella follia, non significa che questa possa detenerne i segreti; essa è al contrario il castigo di una scienza sregolata e inutile. Invece di rivolgersi al grande libro dell’esperienza si perde nella polvere dei libri e delle discussioni oziose.

3. L'ETA' MODERNA
    -----> AMORE DI RAGIONE E QUELLO DI SRAGIONE
A partire dall’Alto Medioevo fino al termine del Basso Medioevo la popolazione europea è afflitta da gravi epidemie, come la lebbra e la peste, che portano indirettamente le persone, a concepire idee di emarginazione e paura verso i lebbrosi e tutti i malati che vengono rintanati e abbandonati in luoghi spesso rinnegati da ogni uomo. E proprio in questi luoghi, due o tre secoli più tardi verranno trovati gli stessi meccanismi di esclusione stranamente simili. Poveri, vagabondi e Folli rimpiazzeranno i lebbrosi medioevali; essi sono una eredità della lebbra, di un fenomeno complesso e poco studiato, chiamato "Follia".

Sotto tale influsso la cultura Rinascimentale trova una discreta, ma fiorente produzione letteraria e pittorica: Shakespeare ed Erasmo da Rotterdam, mentre per la corrente artistica spiccano i dipinti di Bosch: fra tutte le opere letterarie è particolarmente rilevante il "Narrenschiff", che si distingue per la sua veridicità, infatti sono realmente esistiti battelli che trasportavano folli da una città all’altra: le città europee vedono di conseguenza approdare navi con il loro "carico insensato".

La Follia affascina perché è sapere e perciò viene studiata e classificata in base all’esperienza classica:
- la Follia diventa una forma relativa alla ragione un paradosso della verità.
- la Follia diventa una specie di ragione una naturale e vana presunzione.

Prende così forma l’immagine del "Folle" perseguitato da una tentazione invisibile sotto forma di oggetti e animali impossibili. Simboli caratteristici della follia sono proprio questi ultimi come draghi, barbagianni con il corpo di rospo, insetti alati, farfalle con la testa di gatto, sfingi dalle elitre di maggiolino, uccelli con mani inquietanti e avide al posto delle ali.

Il Folle, possiede nella sua mente un sapere inaccessibile e temibile di cui "l’uomo di ragione e saggezza" non percepisce che degli aspetti frammentari, accentuando l’idea dell’astratto e giudicando così il Folle come "slegato" dalla realtà. Altri simboli sono l’albero, gli scheletri e i guerrieri dell’Apocalisse.

Solo con l’arrivo di uno sguardo medico e scientifico si scoprì che la Follia era un deterioramento della natura e non aveva nulla a che fare con il soprannaturale. Nel XVII secolo compaiono di conseguenza sulla scena europea le "case di internamento"; edifici che ospitano Folli con il falso pretesto di curarli: spesso infatti erano letti di contenzione, simili cioè a grandi gabbie tanto da rappresentare più strutture semi- giuridiche che istituzioni mediche, come per esempio l’Hopital Géneral di Parigi.

Questa “persona diversa” possedeva una sovranità quasi assoluta, una giurisdizione senza appello, un diritto esecutivo contro il quale niente poteva prevalere: era uno strano potere che il re creò tra polizia e giustizia ai limiti della legge. L’Hopital Géneral non era quindi legato a nessuna idea medica, era un’istanza all’ordine, dell’ordine monarchico e borghese e si ramifica direttamente dal potere reale. Lo scopo di questa casa non era la cura, ma l’esclusione della società. In essa regnava il lavoro forzato perché l’obbligo del lavoro rappresentava una sanzione e un controllo morale. Nel mondo borghese che si stava formando, infatti, il peccato più grave era l’imperiosità, quindi, essenzialmente, gli internati erano internati perché incapaci di prendere parte alla produzione, alla circolazione e all’accumulo di ricchezze.

E’ bene ricordare però che in Inghilterra le origini dell’internamento sono più remote: nel 1575 un atto di Elisabetta I prescrive la costruzione di "houses of correction" per tutti i vagabondi e i malati di mente. Qualche decennio dopo queste strutture si trasformano in laboratori manifatturieri prendendo il nome di "workhouses". L’usanza dell’internamento indica quindi una reazione alla miseria e a tutto ciò che può esserci d’inumano nell’esistenza dell’uomo.

Il pensiero cattolico, in un primo momento, prova avversione per questa forma collettiva di assistenza, ma cadrà a poco a poco con l’approvazione del "grande internamento" prescritto da Luigi XIV. La Chiesa esalta così l’isolamento a titolo di punizione e di beneficio per coloro che devono essere privati della libertà avendola usata per la gloria di Satana.

Lo scopo dell’internamento era ridurre la follia al silenzio; questo avviene fino a metà del 1700 in cui la pazzia assimilata a varie colpe, peccati e crimini comincia a disunirsi. Tutti reclamano l’abolizione dell’internamento. Nel 1789 i riformatori e poi la rivoluzione vogliono:

•        sopprimere l’internamento

•        restringere l’assistenza ospedaliera ( segno dell’esistenza di una classe di miserabili)

Si cerca di istituire una formula per cure mediche a domicilio e assistenza finanziaria. In tal modo i poveri sfuggono dall’incubo dell’ospedale.

Tuttavia i Folli in libertà equivalgono a un pericolo per la famiglia e per il gruppo in cui vivono. Da qui nasce la necessità di rinchiuderli e una pena per chi li lascia liberi. L’internamento da questo momento diventa una misura di carattere medico. Nel manicomio l’internato viene sottoposto ad un controllo morale e sociale continuo. Per guarirlo si fa ricorso a vari mezzi quali: minacce, castighi e privazioni alimentari. Ad esempio viene usata la doccia non più come strumento per rilassare e refrigerare ma come elemento punitivo; la doccia è ghiacciata, cade direttamente sulla testa e contemporaneamente si cerca di far riconoscere al malato il proprio delirio come una colpa.

Nel XIX secolo si crea un altro sistema punitivo: una gabbia mobile che gira su se stessa e più il malato è agitato e più il movimento è veloce. La follia diventa dunque un fatto che riguarda essenzialmente l’anima umana, la sua colpa e la sua libertà e il medico diviene un qualcuno che con la privazione cerca di riportarlo alla regola voluta dalla società. 

Nonostante l’uso comune che tende a confonderli, Follia, pazzia e malattia mentale non sono dei sinonimi.

1. Follia viene dal latino ‘Folle’ che significa mantice, otre, recipiente vuoto e rimanda all’idea di una testa piena d’aria.

2. La parola ‘pazzia’ ha un’origine incerta, ma probabilmente deriva dal greco ‘pathos’, che significa sofferenza e dal latino ‘patiens’ (paziente, malato), concentrando dunque il significato sull’esperienza dolorosa anziché sulle bizzarrie e le stravaganze del Folle. 

Il termine ‘Follia’ è oggi assolutamente in disuso nel linguaggio scientifico, che preferisce usare i termini ‘malattia mentale’, alludendo a qualcosa di disfunzionale, rappresentabile secondo un particolare modello scientifico, che è quello della medicina clinica. Nelle antiche società umane, la Follia possedeva una forte connotazione mistica, essendo ritenuta derivante dall’influsso di qualche divinità (l’epilessia, ad esempio, per questo motivo, veniva chiamata ‘morbo sacro’). Il trattamento della follia era dunque di tipo mistico-religioso, praticato dai sacerdoti del tempio, che tentavano di alleviare i sintomi con riti e preghiere. I sacerdoti tentavano anche di interpretare i sintomi del Folle come se fossero dei messaggi provenienti da entità sovrannaturali. A volte la Follia poteva essere considerata anche una punizione, una maledizione divina: in questo caso la persona giudicata Folle veniva emarginata dalla collettività. Ippocrate (460 AC- 377 AC, nato nell’isola di Kos) valorizzò per la prima volta, nel “De morbo sacro” il ruolo conoscitivo del cervello, dell’intelletto, condannando le pratiche medico-psichiatriche operate da sacerdoti e sciamani. Ippocrate riteneva che il corpo fosse formato da quattro umori: sangue (caldo umido), proveniente dal cuore, flegma (freddo umido) originato dal cervello, bile gialla (caldo secco) prodotta nel fegato, bile nera (freddo secco) secreta nella milza. La malattia era dovuta ad uno stato di squilibrio dei quattro umori presenti nell’organismo o solo ad uno di essi, oltre che da fattori esterni, come il clima o il regime alimentare. Alla sua scuola la predominanza dell’umore nero, secreto dalla bile portava ad un’indole triste, ritirata, pessimista: la malinconia (melancholia, dove melas significa nero e chole bile). Al contrario, la presenza di sangue rosso causava i caratteri passionali, rabbiosi: i ‘sanguigni’, termine usato ancora oggi. I trattamenti possibili erano di tipo fisico: bagni caldi e freddi, salassi, unguenti, purganti. Più tardi, attraverso i medici greci e soprattutto con Galeno (129-200 ca. d.C.), che riprese la teoria umorale di Ippocrate, queste ipotesi e queste pratiche giunsero anche a Roma, dove rimasero dominanti fino alla caduta dell’impero. Nel Medio Evo la follia venne considerata come una forma di possessione da parte di spiriti maligni: fu così che la gestione della malattia mentale, soprattutto femminile, passò dai medici alla Chiesa, o meglio, ai suoi esorcisti e inquisitori. Ai Folli veniva vietato l’ingresso nelle chiese e le persone indemoniate, specialmente le donne, venivano bruciate sul rogo, come streghe ( per la cronaca, l’ultimo rogo per stregoneria è stato effettuato in Polonia, nel 1793). I malati mentali venivano considerati indemoniati, perché la forza malvagia, insinuandosi negli umori, contagiava il corpo: l’uccisione con il rogo o l’impalamento permettevano di distruggere il corpo dell’indemoniato, così che l’anima, finalmente liberata, potesse salire fino a Dio. Tra il XVI ed il XVII secolo, il malato mentale, anche grave, viveva nel contesto sociale, ma era considerato una persona pericolosa e pertanto si cercò sempre di più di stigmatizzare il fenomeno e di contenerlo. La pazzia venne inclusa fra i vizi capitali (Fede/Idolaiatria, Speranza/Disperazione, Carità/Avarizia, Castità/Lussuria, Prudenza/Follia, Pazienza/Collera, Dolcezza/Durezza, Concordia/Discordia, Obbedienza/Ribellione, Perseveranza/Incostanza). I malati che, come si può intuire, si comportavano in modo bizzarro, strano e spesso con modalità aggressive (si pensi al comportamento antisociale del maniaco e dei sofferenti di disturbi di personalità), venivano aggrediti o derisi, oppure rinchiusi in carcere. La maggior parte delle persone detenute in prigione era in realtà affetta da gravi malattie mentali (in particolare venivano riconosciute quelle di cui aveva parlato Galeno: letargia, disturbi della memoria, sonnolenza, stupore, insonnia, mania, malinconia, melanconia d’amore, frenite, incubo, epilessia, spasmo). In questi luoghi di contenzione, oltre ai malati psichici si potevano trovare mendicanti, vagabondi, eretici, disoccupati, libertini, donne di facili costumi, ladri, criminali, alcolisti, ecc. Di fatto, in questi ‘ospizi’ non veniva offerta alcuna cura, alcuna assistenza: i detenuti erano anzi picchiati o frustati molto spesso. Fu solo nel XVII secolo che i malati psichici, per la prima volta dopo il Medio Evo, furono riconosciuti come tali e la psichiatria fu considerata una scienza medica, completamente libera dai ganci della religione. Tuttavia, la malattia mentale era ancora considerata inguaribile, progressiva e, soprattutto, incomprensibile. Il medico francese Philippe Pinel (1745-1826), direttore di uno di questi ospizi, cominciò a distinguere i malati mentali dai poveri, i vagabondi e gli emarginati, cui prima venivano assimilati. Philippe Pinel riconobbe la Follia come una malattia del corpo e definì cinque malattie mentali: la malinconia, la mania senza delirio, la mania con delirio, la demenza e l’idiotismo. (P.Pinel – La mania: trattato medico-filosofico sull’alienazione mentale). Per Pinel il folle era un individuo incapace di padroneggiare i propri istinti: egli sosteneva che la cura del malato mentale era possibile solo in un luogo strutturato, al di fuori di influenze esterne e con la presenza costante di un medico che seguisse l’evoluzione della malattia. La cura divenne di fatto l’internamento. Gli strumenti terapeutici utilizzati per ricondurre questi malati alla ‘normalità’ furono particolarmente traumatici, volti a provocare uno shock: in queste strutture erano comuni docce ghiacciate, diete sbilanciate, isolamento e contenzione fisica, purghe, salassi, oppio, ecc. Rilevante fu l’opera di Charcot (1825-1893), che presso la Salpetrière di Parigi curava pazienti isterici tramite ipnosi. Nel 1885 Jean Martin Charcot accolse fra i suoi allievi anche Sigmund Freud (1856-1939), che era andato a Parigi con una borsa di studio per imparare la tecnica dell’ipnosi, con la quale poter curare le malattie mentali. All’inizio del Novecento comparvero sulla scena la psicologia e la psicoanalisi, tuttavia continuava ad essere dominante la considerazione del solo aspetto organico della malattia mentale. Dato che il paziente veniva considerato irrecuperabile, in quanto condannato da un danno cerebrale, gli si precludeva qualsiasi possibilità di riabilitazione. Vennero introdotti nuovi trattamenti, come la lobotomia frontale, lo shock cardiazolico e l’elettroshock. Contemporaneamente, iniziavano a diffondersi le teorie psicoanalitiche ed i relativi approcci psicoterapeutici. Si deve a Sigmund Freud (1856-1939) il tentativo di affrontare in altro modo il disturbo mentale, prestando attenzione al funzionamento della psiche del paziente. Freud si rese conto che le differenze fra normalità e Follia riguardavano più l’intensità e la quantità dei sintomi, che la qualità. Nel 1952 furono sintetizzati i primi psicofarmaci, i neurolettici, che pur agendo solo sui sintomi della schizofrenia, aprirono nuovi orizzonti per un nuovo approccio alla cura. Intanto si faceva strada la convinzione che la malattia mentale poteva dipendere anche da fattori sociali. La diffusione delle idee psicoanalitiche prima ed il contributo di nuove discipline poi, come la filosofia fenomenologica, la sociologia, la psicologia sociale, contribuirono notevolmente ad un costante, ma progressivo affrancamento della nuova scienza psichiatrica dalla neurologia e dunque dall’ambito prettamente organicistico. Già Cesare Lombroso osservava che non bisognava punire soltanto, ma valutare il contesto sociale, biologico, personale e neuropsichiatrico in riferimento all’atto delittuoso. Il giudizio circa il delitto doveva nascere da un esame globale dello stato intellettivo, psicopatologico, sociale e neurologico in gioco nel soggetto: non punire quindi, ma “rieducare”. L’istituzionalizzazione rendeva, di fatto, priva di speranze la carriera del malato di mente: al disturbo originario si aggiungeva la malattia istituzionale, che derivava dalla lunga degenza e dalle condizioni di vita all’interno del manicomio. L’istituzione, che avrebbe dovuto curare, finiva in realtà per peggiorare ulteriormente la situazione del malato, privandolo totalmente delle proprie iniziative, della sua libertà e individualità, portandolo ad un completo decadimento delle abilità sociali. Cominciò dunque a farsi strada il movimento dell’”antipsichiatria”: alla base di questo modello della malattia mentale vi era il concetto di “violenza”, che il malato subiva nei suoi contatti sociali, sin dalla più tenera età. Venne puntato il dito anzitutto sulla famiglia, luogo dove venivano inibite le potenzialità del bambino e dell’adolescente, allo scopo di creare sempre nuovi sudditi del ‘sistema’: occorrevano infatti sempre nuovi consumatori, carne da cannone, strutture di ubbidienza al potere. Gli individui così condizionati e oppressi potevano affollare le fabbriche e ricostituire nuove coppie stabili, procreare altri figli, ricreare altre famiglie, e così perpetuare il ciclo. In questa visione, tutti coloro che volevano uscire da questo ingranaggio di mediocrità e di mortale ubbidienza, diventando cittadini liberi, venivano etichettati come nevrotici o pazzi. La famiglia venne individuata come luogo primario di violenza, non solo nei casi di abuso sessuale o maltrattamenti, ma anche solo attraverso il tipo di educazione conformista impartita dai genitori. Il malato di mente venne visto come una vittima dell’oppressione sociale, che tentava in tutti i modi di ‘normalizzarlo’, spingendolo verso il conformismo. In questo senso la follia fu considerata una forma di trasgressione dalla norma sociale, anche laddove si esprimeva attraverso l’originalità e la genialità. Con l’antipsichiatria la scienza ufficiale venne accusata di concentrare la propria attenzione sulla malattia individuale e sulle sue basi organiche, trascurando l’origine sociale dei disturbi psichici. La psichiatria tradizionale venne vista come una funzione necessaria al “sistema” per sopravvivere attraverso il ‘trattamento’ di tutti i devianti, che vennero esclusi definitivamente dalla vita sociale, grazie all’istituzionalizzazione. Le ‘cure’ somministrate nei manicomi del tempo (dosi elevate di psicofarmaci, medicinali di nuova invenzione ed ancora in fase di sperimentazione, elettroshock, misure costrittive) vennero considerate forme di violenza sociale su persone fragili, che avevano già dovuto subire violenze da parte della famiglia e della società per il loro mancato adeguamento al conformismo sociale. L’antipsichiatria voleva invece tutelare i diritti di queste persone e lasciarle libere di esprimersi e di reinserirsi nel tessuto sociale. I manicomi, considerati centri di potere molto rilevanti nell’equilibrio della comunità locale, oltre che campi di manovre clientelari e serbatoi di voti (grazie al clientelismo delle assunzioni di un numero spropositato di addetti) dovevano essere aboliti. In Italia lo psichiatra Franco Basaglia (1924-1980), riteneva che una società più libera e giusta, avrebbe fatto diminuire anche la malattia mentale. Con la legge n. 180 del 1978, nota come Legge Basaglia, furono aboliti in Italia gli ospedali psichiatrici ed istituiti i servizi di igiene mentale, per la cura ambulatoriale dei malati di mente. Questo fece dell’Italia un paese pioniere nel riconoscere i diritti del malato. ”… la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa era impossibile che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno ad essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale. Non credo che il fatto che un’azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro: è che ora si sa che cosa si può fare. Noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere, perché è il potere che vince sempre. Noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare”.